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21 Settembre 2026

Divertimento nei mall e minaccia per le piccole botteghe

Centri commerciali diventano centri di svago, mentre il turismo di massa minaccia le botteghe storiche: un’analisi di dati e soluzioni.

Divertimento nei mall e minaccia per le piccole botteghe

Negli ultimi decenni i centri commerciali hanno smesso di essere semplici luoghi di acquisto per trasformarsi in veri hub di vita. Oggi il cliente non entra più solo per fare la spesa, ma per trascorrere ore all’interno di spazi che offrono cinema, videogiochi, sport indoor e ristoranti di qualità. Questa evoluzione ha una duplice faccia: da una parte genera nuove opportunità di guadagno, dall’altra mette a dura prova le attività tradizionali che si trovano nei centri storici delle nostre città.

Il modello “Lifestyle Center” secondo i dati di CBRE

Il report Global Outlook di CBRE evidenzia che più del 20 % della superficie dei nuovi complessi commerciali è dedicata esclusivamente a food e intrattenimento una quota raddoppiata rispetto ai primi anni Duemila. L’obiettivo principale è aumentare il dwell time ovvero il tempo medio di permanenza: nei centri con attrattive ludiche gli utenti rimangono circa 120 minuti contro i 45 minuti di una visita mirata allo shopping. Il Flash Beinasco in Piemonte, è un esempio emblematico: oltre ai negozi di brand internazionali, dispone di ampie aree dedicate a giochi interattivi, e-sport e spazi per eventi, diventando un punto di riferimento per famiglie ed adolescenti.

Intrattenimento indoor: cinema, gaming e sport

Le sale multiplex presenti nei grandi mall offrono tecnologie di ultima generazione come Dolby Atmos e schermi IMAX difficili da trovare nei cinema di città di dimensioni medie. Accanto, le arene per e-sports e i simulatori di realtà virtuale attirano un pubblico giovane e appassionato. Inoltre, molte strutture hanno inserito pareti di arrampicata piste di pattinaggio su ghiaccio ecologico e parchi di trampolini, creando un’offerta sportiva valida anche nei mesi più freddi. Secondo l’ICSC, le famiglie spendono in media il 15 % in più nei centri che integrano queste attività fisiche.

Il turismo di massa e il declino delle botteghe storiche

A Bologna, l’Antico Caffè di Santa Viola ha chiuso i battenti attribuendo la crisi al cantiere del tram, ma il fenomeno è più ampio: la pressione del turismo ha trasformato le strade in percorsi orientati al cibo e ai souvenir spingendo molti negozi tradizionali verso la chiusura. A Modena, il Centro Casa Casalinghi di via Anderlini, dopo 58 anni di attività, ha dovuto chiudere perché la domanda locale è stata soppiantata da visitatori temporanei che preferiscono prodotti tipici e articoli per la vacanza.

Omologazione e perdita di identità

Il turismo di massa segue rotte ben definite dalle guide online: i visitatori tendono a comprare un pasto e un ricordo standardizzato, riducendo la diversità gastronomica e artigianale. Questo fenomeno è evidente a Ferrara, dove il famoso “Salotto Buono” è diventato un “deserto”. La concentrazione di flussi turistici ha anche provocato un aumento del prezzo degli affitti, rendendo difficile per i residenti trovare alloggi a costi accessibili.

Proposte di salvaguardia: zone franche e Affordable Housing Act

Una possibile risposta è la creazione di zone franche urbane dove le regole di residenzialità e commercio sono più rigide e i nuovi arrivati devono rispettare le consuetudini locali. Parallelamente, l’Unione Europea sta studiando l’Affordable Housing Act un provvedimento che consentirebbe ai comuni di limitare la proliferazione degli affitti brevi e di destinare immobili a prezzi simbolici (1 euro) per i giovani. In città balneari come Vieste dove ogni agosto il rapporto tra turisti e residenti supera il 2:1 queste misure potrebbero ridurre la pressione sul mercato immobiliare e preservare i servizi di base.

Solo politiche mirate e una gestione equilibrata degli spazi potranno garantire che sia il divertimento sia la memoria storica possano coesistere armoniosamente.

Emanuele Tassinari
Autore

Emanuele Tassinari

Emanuele Tassinari, restauratore torinese, trasformò il recupero di un portone settecentesco in un caso-studio pubblicato: in redazione guida le rubriche sul restauro e le tecniche tradizionali. Tiene un diario tecnico con annotazioni sulle finiture storiche che usa come riferimento in ogni servizio.