Negli ultimi anni, l’Italia ha visto un crescente interesse per la rigenerazione urbana dei suoi borghi storici. Questo fenomeno, noto come case a 1 euro rappresenta un tentativo concreto di contrastare lo spopolamento che affligge molti piccoli centri, soprattutto nel Mezzogiorno.
Dal 2009, ben 77 comuni italiani hanno aderito a questa iniziativa, con una concentrazione particolare in Sicilia, Calabria e Sardegna. Questi borghi, spesso con meno di 3.000 abitanti, sono considerati aree interne o a rischio abbandono. L’obiettivo principale è non solo il recupero degli edifici, ma anche l’iniezione di nuova linfa economica e sociale.
Le sfide dell’acquisto a 1 euro
Acquistare una casa a 1 euro non è un’operazione semplice. Gli immobili spesso si trovano in contesti privi di servizi essenziali e infrastrutture, il che richiede un investimento consapevole. Gli acquirenti devono impegnarsi non solo nell’acquisto, ma anche nella ristrutturazione dell’immobile, rispettando tempi e costi aggiuntivi.
La gestione dei lavori può essere complessa, soprattutto per chi vive lontano dall’immobile. La collaborazione con professionisti locali e la gestione delle pratiche tecniche aggiungono un ulteriore livello di complessità. Tuttavia, per molti, l’acquisto rappresenta un vero e proprio investimento culturale motivato dal desiderio di recuperare legami familiari o origini.
Chi acquista le case a 1 euro?
La domanda di case a 1 euro non proviene solo da italiani. Secondo le stime, circa il 50% degli interessati viene dagli Stati Uniti, seguito dal Regno Unito e dal Canada. Questi investitori, spesso con una solida disponibilità economica, vedono nell’acquisto non solo un’opportunità economica, ma anche un modo per contribuire alla rinascita dei Borghi italiani.
Per molti di questi investitori internazionali, l’acquisto rappresenta un vero e proprio investimento culturale motivato dal desiderio di recuperare legami familiari o origini, partecipare alla rinascita dei borghi italiani e valorizzare edifici storici, spesso trascurati. In questo modo il ritorno economico si combina con un valore simbolico e culturale: contribuire al recupero di aree storiche, sostenere l’economia locale e trasformare un edificio abbandonato in una dimora abitabile o in un progetto turistico.
Requisiti e iter burocratico
Per partecipare al bando, ogni acquirente deve manifestare interesse presso il Comune di riferimento. Non esistono requisiti universali: ogni ente stabilisce le proprie condizioni specifiche. L’iniziativa è aperta a cittadini italiani, stranieri ed extra-UE, così come a imprese individuali che presentino progetti legati allo sviluppo turistico o ricettivo.
Tra gli obblighi principali ci sono la stipula di una polizza fideiussoria bancaria o assicurativa, il rispetto dei termini stabiliti per l’avvio e la conclusione dei lavori di ristrutturazione, e l’assunzione dei costi notarili, accatastamento, variazioni di intestazione e ristrutturazione dell’immobile. Questi costi aggiuntivi, pur essendo significativi, restano generalmente inferiori rispetto all’acquisto tradizionale tramite mutuo.
Le procedure comunali prevedono scadenze rigorose per garantire che l’investimento sia effettivamente finalizzato al recupero dell’immobile. La presentazione del progetto di ristrutturazione deve avvenire entro 6 mesi dall’acquisto, l’inizio dei lavori entro 12 mesi dalla concessione di tutti i permessi, e il completamento della ristrutturazione entro 3 anni, con un investimento stimato tra 20 e 25 mila euro.



