Regole affitti brevi in Europa: città, limiti e novità da conoscere

Guida pratica alle regole sugli affitti brevi: perché le città stringono le maglie, cosa introduce il Regolamento Europeo e le mosse di Barcellona, Amsterdam, Berlino e oltre

Negli ultimi anni il fenomeno degli affitti brevi ha ridefinito il turismo urbano, portando vantaggi economici ma anche tensioni con i residenti. Molte amministrazioni hanno reagito per contenere l’overtourism e recuperare alloggi per il mercato residenziale: il risultato è una variegata rete di norme locali che impongono registrazione, obblighi di licenza

e limiti temporali. In questo articolo analizziamo le principali misure applicate in Europa e oltre, spiegando i punti chiave che ogni host e investitore dovrebbe conoscere per operare in regola.

Al centro del cambiamento arriva anche il quadro sovranazionale: da maggio 2026 entra

in vigore il Regolamento Europeo che armonizza la raccolta dati delle piattaforme (come Airbnb e Booking) e semplifica la trasmissione delle informazioni alle autorità. Questo nuovo meccanismo non vieta gli affitti brevi, ma obbliga a standard comuni di registrazione e scambio dati,

lasciando alle amministrazioni locali la definizione di limiti e criteri urbanistici.

Perché molte città limitano gli affitti brevi

Le ragioni alla base delle restrizioni sono spesso legate alla tutela della qualità della vita e alla disponibilità di alloggi a lungo termine. I comuni osservano che la conversione massiccia di unità abitative in offerta turistica può spingere i prezzi al rialzo e ridurre l’offerta residenziale. Tuttavia, è importante ricordare che gli affitti brevi generano ricchezza locale e redditi per famiglie e piccoli imprenditori: il confronto tra effetti positivi e criticità è al centro del dibattito pubblico e politico.

Impatto su mercati e regolazione

Le misure adottate vanno dal semplice obbligo di inserire un numero di registrazione negli annunci fino al blocco delle nuove licenze in aree considerate sature. In molti casi i condomìni possono vietare gli affitti brevi con una delibera e le autorità applicano sanzioni severe per le violazioni. La tendenza è verso tre pilastri ricorrenti: limitare l’uso non residentale, implementare sistemi di tracciamento e responsabilizzare le piattaforme nel controllo delle inserzioni.

Il Regolamento Europeo: cosa introduce e cosa lascia ai Comuni

Il nuovo Regolamento Europeo mira a creare dati comparabili tra Stati membri, imponendo alle piattaforme di comunicare informazioni sugli host e sulle prenotazioni. Non stabilisce giorni massimi uniformi né un divieto generale: piuttosto, armonizza i meccanismi di registrazione e lo scambio di dati tramite sistemi digitali. Di conseguenza, quando uno Stato o un Comune chiede informazioni alle piattaforme dovrà farlo entro il quadro comunitario, ma potrà comunque applicare norme locali su urbanistica, limiti e autorizzazioni.

Cosa non cambia

Il regolamento non sostituisce i vincoli nazionali o locali: permangono quindi strumenti come i piani urbanistici, le moratorie sulle nuove licenze e i requisiti di sicurezza. In pratica, l’Europa offre maggiore trasparenza e standard tecnici per le autorità, ma sono i governi locali a stabilire se vietare, limitare o regolamentare in modo restrittivo gli affitti brevi.

Casi pratici: cosa fanno le città più rilevanti

Spagna e Portogallo

A Barcellona l’amministrazione ha deciso una stretta radicale: le licenze turistiche non verranno rinnovate oltre novembre 2028 in molte zone centrali, e oggi è obbligatorio esporre il codice HUT negli annunci. Madrid ha introdotto il Plan Reside, che vieta nuove VUT nel centro storico dal 2026 e impone l’iscrizione nel Registro de Empresas Turísticas. A Valencia si è stabilito che gli alloggi turistici non possano superare il 2% per quartiere e sono ammessi solo al piano terra o primo piano con accesso indipendente; la moratoria è stata prorogata fino al 30 maggio 2026. Lisbona ha ridotto il tetto dal 20% al 5% in molti quartieri, con divieti totali per otto zone centrali.

Nord Europa e Germania

Amsterdam limita gli host alla residenza principale per un massimo di 30 notti all’anno (in alcune aree la soglia scende a 15 notti) e richiede notifica al Comune; Berlino impone permessi ZAS per interi appartamenti e un tetto di 90 notti per seconde case, con multe fino a 100.000€ per violazioni. Parigi ha ridotto il limite della residenza principale a 90 giorni/anno e richiede il cambio di destinazione d’uso per seconde case. Bruxelles sta aumentandо i controlli e ha già proceduto a chiusure coatte di immobili irregolari nel centro storico.

Altri modelli internazionali

New York consente in pratica solo il home sharing con il proprietario presente; San Francisco richiede che l’immobile sia la residenza principale per la maggior parte dei casi; Boston e Vancouver privilegiano l’owner-occupied. Dubai e alcune città del Medio Oriente mantengono un approccio favorevole agli investimenti, ma con licenze obbligatorie. Tokyo applica la minpaku law con un tetto di 180 giorni l’anno, mentre Istanbul ha introdotto permessi nazionali per affitti sotto i 100 giorni.

Consigli pratici per host e property manager

Per operare in sicurezza è essenziale conoscere le regole locali: ottenere la registrazione o la licenza richiesta, indicare il codice negli annunci, comunicare i dati degli ospiti quando previsto e rispettare i limiti di notti. Strumenti di gestione come Lodgify aiutano ad automatizzare le notifiche e la sincronizzazione degli annunci, riducendo il rischio di non conformità. Provalo gratis per 7 giorni per verificare se la tua attività è allineata alle nuove regole e per semplificare gli obblighi amministrativi.

Scritto da Davide Ruggeri

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