Le città toscane stanno vivendo una profonda trasformazione nel settore dei pubblici esercizi. Tra il 2015 e il 2026, si è assistito a un calo significativo dei bar e a un aumento dei ristoranti e dei take away. Questo cambiamento riflette una ridefinizione delle abitudini di consumo e delle dinamiche urbane.
La trasformazione dei pubblici esercizi in Toscana
Secondo uno studio realizzato dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi – Confcommercio e rielaborato a livello regionale da Confcommercio Toscanai capoluoghi toscani hanno visto una riduzione sensibile del numero dei locali. Pisa, ad esempio, ha registrato il secondo peggior saldo nazionale dopo Trieste, con una diminuzione di 114 attività. In controtendenza, Prato ha registrato una crescita dell’8,5%, con 67 attività in più, posizionandosi tra le prime venti città italiane.
I bar sono tra le attività più colpite, mentre i ristoranti hanno registrato un aumento dell’11,5%. Firenze, in particolare, ha visto un incremento di quasi 145 ristoranti in dieci anni, mentre i bar sono diminuiti di circa 119 attività. Anche i take away sono in crescita, con un aumento dell’11,4%. Al contrario, gelaterie e pasticcerie hanno registrato una flessione superiore al 10%.
Le cause della trasformazione
Secondo Aldo Cursano, presidente di Confcommercio Toscana e vicepresidente vicario di Fipe nazionale, questo cambiamento non è solo una evoluzione dei consumima una profonda ridefinizione dell’economia urbana. I pubblici esercizi tradizionali devono fare i conti con costi di gestione sempre più elevati, affitti spesso insostenibili, una fiscalità locale che pesa in modo significativo e margini sempre più ridotti.
Firenze rappresenta bene questa trasformazione: crescono ristorazione e take away, mentre arretrano i bar e altre attività storicamente legate alla vita di quartiere. Il rischio è perdere equilibrio, qualità e presidio sociale dei centri urbani.
Roma: commercio sotto pressione
Roma sta affrontando una situazione complessa nel settore commerciale. Secondo i dati presentati da Confesercenti Roma e Laziola Capitale è sotto pressione a causa di vari fattori, tra cui l’abusivismo commerciale, gli affitti alle stelle e la concorrenza dell’e-commerce.
L’abusivismo commerciale è una delle ferite più visibili. Nella Capitale opererebbero circa ottomila venditori abusivi su strada, con un valore stimato di merce contraffatta pari a 2,3 miliardi di euro nel 2026. Questo fenomeno rappresenta una concorrenza sleale per i negozi regolari, che devono sostenere costi elevati per affitti, utenze, personale e pratiche amministrative.
Nell’ultimo anno, circa duemila esercizi commerciali su strada hanno chiuso a Roma. I numeri dei locali vuoti confermano questa tendenza: oltre dodicimila spazi commerciali sfitti nella Capitale, a cui si aggiungono altri ottomila nel resto del Lazio. Questo fenomeno non riguarda solo il centro storico, ma anche aree semicentrali e vie di quartiere.
Le pressioni sul commercio tradizionale
Il nodo degli affitti commerciali pesa moltissimo, soprattutto nel centro storico e nelle zone più richieste. In alcune aree, le richieste possono arrivare a 15 mila euro al mese. Cifre fuori portata per molte attività tradizionali, come alimentari, negozi indipendenti di abbigliamento, botteghe artigiane ed esercizi di servizio.
L’e-commerce è un altro fattore che sta cambiando il panorama commerciale. Nel 2026, sarebbero stati consegnati circa 100 milioni di pacchi a Roma, pari al 10 per cento del miliardo stimato a livello nazionale. I romani comprano online quasi tutto: prodotti per la casa, tecnologia, profumi, alimentari, farmaci, vestiti, scarpe, borse e accessori.
Il turismo riempie Roma, ma non basta a salvare il commercio tradizionale. In molte strade ad alto passaggio cresce un’offerta pensata per il consumo veloce, spesso lontana dalla vita dei residenti. Souvenir, somministrazione, minimarket e format tutti uguali stanno cambiando il volto dei quartieri.
Torino: la caccia ai ‘furbetti’ degli affitti brevi
Torino sta intensificando i controlli sui affitti brevicon una media di 6 verbali al giorno nei confronti dei cosiddetti ‘furbetti’. Da dicembre 2026 a giugno 2026, sono stati emessi 1.185 verbali di contestazione, con sanzioni per oltre 234 mila euro.
Le irregolarità principali riguardano l’omessa trasmissione trimestrale dei dati e l’omessa registrazione sul portale IdS, dedicato al versamento dell’imposta di soggiorno. Quasi 1181mila euro di sanzioni sono stati emessi per queste violazioni, a cui vanno aggiunti altre 54.199,95 euro derivanti da altre violazioni.
Tra i quartieri più colpiti dagli affitti brevi ci sono quelli in cui i torinesi sono stati cacciati di casa per oltre 30mila turisti a notte. La burocrazia e gli aumenti delle tasse di soggiorno stanno creando ulteriori difficoltà per i gestori degli affitti brevi.
Il consigliere comunale Pierlucio Firrao ha richiesto una comunicazione più efficace e sanzioni più tempestive, che consentano ai cittadini di correggere eventuali errori senza ritrovarsi improvvisamente con più verbali contemporaneamente.


