Dal 27 giugno al 29 novembre Palazzo Attems Petzenstein a Gorizia ospita una mostra che mette al centro la sperimentazione e la trasformazione culturale degli anni Settanta in Italia. L’evento, curato da Raffaella SgubinCarla CeruttiLorenzo Michelli ed Enrico Minio Capucci e allestito dallo studio Roberto Festi, propone un racconto che intreccia artemoda e design per spiegare come la creatività abbia agito come vero e proprio antidoto a un decennio segnato da tensioni sociali.
Il legame tra moda e industria: dalla sartoria al prêt-à-porter
Negli anni Settanta si assiste alla trasformazione radicale del sistema della moda: l’alta sartorialità lascia progressivamente spazio a un modello di produzione più industriale e internazionale. In mostra è messa in evidenza la figura emergente dello stilista termine usato per descrivere nuovi protagonisti come Walter Albini che hanno dato un impulso cruciale al prêt-à-porter. Milano diventa il fulcro della produzione e del prestigio del Made in Italy dove qualità e industrializzazione convivono.
La rassegna espone capi che documentano questo passaggio: tra gli elementi esposti si segnalano due abiti provenienti dalla sartoria Tirelli di Roma, uno da sera indossato da Silvana Mangano e un abito da sposa di Claudia Cardinale che testimoniano la sovrapposizione tra artigianato d’autore e produzione su scala più ampia. Un esempio evocativo è il cappotto-scultura di Roberto Capucci che dimostra come le tecniche della moda possano dialogare con le soluzioni materiche proprie delle arti visive.
Design, materiali e sperimentazione: la casa e l’ufficio rinnovati
Il decennio è cruciale anche per il design italiano: continua la sperimentazione sui materiali avviata negli anni Sessanta, con un uso crescente della plastica e di soluzioni formali anticonvenzionali. Tra gli oggetti in esposizione si evidenziano pezzi che raccontano l’anima provocatoria del periodo, come la poltrona-scultura del trio De Pas-D’Urbino-Lomazzi e prototipi iconici come la calcolatrice portatile Divisumma 18 di Mario Bellini per Olivetti.
La scenografia ricostruita della serie televisiva inglese Spazio 1999 illustra il legame tra design italiano e immaginario popolare: l’allestimento originale della serie includeva infatti oggetti progettati da figure come Gae Aulenti e Vico Magistretti. Un’altra ricostruzione ambientale richiama la pellicola Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti, mettendo a confronto arredi storici con l’arredamento bianco e metallico dell’appartamento moderno, elemento che sintetizza le tensioni tra passato e innovazione.
Le arti visive e il dialogo con moda e design
La sezione dedicata alle arti visive mette in relazione pratiche pittoriche e concettuali con il mondo della moda e del design. In esposizione opere di artisti del calibro di Alberto Burri e Afro affiancate a lavori di Gino De DominicisGiorgio GriffaRodolfo AricòMarco GastiniGetulio AlvianiCarlo CiussiLucio Saffaro e installazioni di Michelangelo Pistoletto. Questi accostamenti mostrano come l’arte concettuale e la ricerca formale abbiano influenzato e si siano confrontate con le pratiche applicate della moda e del progetto industriale.
Un esempio espositivo significativo è l’accostamento tra un Cretto bianco di Alberto Burri e il «Cretto» sartoriale di Capucci, dove lo spazio della tela e quello del tessuto si rispecchiano in soluzioni materiche e scultoree che sfidano i confini disciplinari.
Programma parallelo in Friuli Venezia Giulia: Gradisca d’Isonzo
In parallelo alla mostra di Gorizia, la Galleria Regionale d’Arte Contemporanea “Luigi Spazzapan” a Gradisca d’Isonzo ospita il progetto FVG Settanta. Arti visive in Friuli Venezia Giulia negli anni ’70 che approfondisce il ruolo del territorio — da Trieste a Udine, da Pordenone all’Isontino — come crocevia di avanguardie e pratiche sperimentali. Il programma comprende mostre, incontri, dialoghi e pubblicazioni nati da ricerche d’archivio su fondi pubblici e privati conservati in istituzioni regionali.
Tra gli oggetti che arricchiscono il percorso espositivo a Gorizia spicca anche una Maserati Ghibli Spider del 1969, esempio di come il design automobilistico partecipi alla narrazione del gusto e dell’innovazione italiana di quel periodo.
La rassegna a Palazzo Attems Petzenstein e il progetto parallelo a Gradisca d’Isonzo propongono



