La Serie A è pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua storia. Mentre il campionato 2026-2027 è alle porte, con Dazn e Sky in prima linea per la trasmissione delle partite, la Lega sta già guardando oltre, verso il 2029. La sfida è duplice: garantire un futuro solido per i diritti televisivi e ridurre la dipendenza dal mercato estero, un tema che continua a dividere gli appassionati.
Diritti tv: la sfida del 2029
La nuova gara per i diritti televisivi dal 2029 al 2034 è già in fase di preparazione. Le linee guida per la commercializzazione dei diritti audiovisivi sono al vaglio delle Authority, con l’obiettivo di evitare situazioni critiche come quelle del passato. La no-single-buyer rule rimane in vigore, impedendo a un unico operatore di ottenere l’esclusiva, mentre viene formalizzata la possibilità della co-esclusiva. In caso di offerte non soddisfacenti, la Lega potrebbe ricorrere al proprio canale a pagamento.
Il ciclo domestico attuale, che va dal 2026 al 2029, ha portato nelle casse del calcio italiano circa 900 milioni di euro l’anno con Dazn che contribuisce per 700 milioni e Sky per 200. Questo importo è inferiore ai 927,5 milioni medi del ciclo precedente, ma l’accordo con Dazn include un meccanismo di revenue sharing che potrebbe aumentare gli incassi della Lega. L’altra frontiera è l’estero, dove la Serie A punta a incrementare i suoi ricavi attuali di circa 250 milioni l’anno.
Il mercato estero: una dipendenza persistente
Nonostante le promesse di un rinnovamento radicale, la Serie A continua a guardare principalmente all’estero per i suoi acquisti. Nella scorsa stagione, solo il 17,9% dei 100 milioni di euro investiti sul mercato dai club è stato speso per ingaggiare calciatori italiani. Una percentuale che, secondo gli analisti, è scesa sotto il 15% anche se mancano ancora due settimane alla chiusura delle trattative.
La situazione è evidente nelle operazioni concluse finora. Ad esempio, il Como conta su un solo italiano su sette acquisti, la Juventus uno su otto, la Fiorentina due su 11, il Napoli uno su quattro, la Roma uno su sei, l’Inter due su sei, la Lazio uno su sei. Il Frosinone rappresenta una delle realtà più virtuose, con sette italiani su 15 acquisti. La dipendenza dal mercato estero è dovuta a ragioni economiche, fiscali e burocratiche, che rendono spesso più conveniente acquistare all’estero.
Le parole degli esperti
Oscar Damiani, procuratore sportivo ed ex calciatore italiano, ha commentato che “se il campionato italiano è sempre più dipendente dal mercato internazionale è perché i tempi sono cambiati. I giovani italiani preferiscono fare altri sport, siamo forti nel tennis, nel nuoto e in sport di squadra come pallavolo e pallacanestro, mentre nel calcio italiano non nascono più talenti.” Damiani ha aggiunto che “bisogna partire dai ragazzi e dargli fiducia, se i migliori decidono di andare all’estero, magari in Premier League, un motivo ci sarà.”
Il calcio come industria disfunzionale
Il calcio, dentro il campo, si muove intorno a dei fondamentali: undici giocatori per squadra, novanta minuti, una porta per lato. Intorno al campo, invece, si è consolidata un’industria che oggi vale oltre 38 miliardi di euro solo in Europa. Le 20 squadre europee con il fatturato più alto generano insieme più della metà dei ricavi complessivi delle cinque maggiori leghe del continente, per oltre 11 miliardi di euro.
Questa concentrazione di risorse non si è tradotta in stabilità finanziaria diffusa. Solo circa metà dei club di prima divisione europea è in utile, con bilanci che possono oscillare in modo drastico da una stagione all’altra. Il rapporto tra salari e ricavi ha viaggiato intorno al 64% nelle cinque grandi leghe europee tra il 2026 e il 2026, contro circa il 50% delle leghe nordamericane con tetti salariali.
La Uefa ha introdotto un tetto che limita al 70% dei ricavi la spesa dei club su stipendi, trasferimenti e commissioni agli agenti. La regola si applica formalmente solo alle squadre impegnate nelle competizioni europee, ma molte organizzazioni calcistiche la adottano comunque come riferimento, nella prospettiva di qualificarsi.
La stessa spinta commerciale che ha concentrato i ricavi ha anche moltiplicato gli impegni sul campo. La Champions League si è allargata, da pochi anni è nata la Conference League, i Mondiali sono arrivati a 32 squadre nel 2026 e a 48 squadre nel 2026. Decisioni indirizzate ad accrescere il pubblico e il valore commerciale delle competizioni, ma con un effetto gravoso sui calendari dei giocatori.



